Boxe: Agostino Cardamone

Agostino Cardamone

Nazionalità: Italiana
Categoria: pesi medi

Incontri disputati Totali: 36
Vinti (KO): 33 (15)
Persi (KO): 3 (3)
Pareggiati: 0

Agostino Cardamone (Montoro Inferiore, 1º dicembre 1965) è un ex pugile italiano. Professionista dal 1989, mancino. Campione italiano nel 1992, campione europeo dei pesi medi nel 1993, campione del mondo WBU (titolo non riconosciuto in Italia) nel 1998, è stato uno dei migliori pugili italiani, noto per la sua generosità e il suo fair play nei confronti degli avversari. Attualmente svolge il ruolo di allenatore di pugilato nella palestra A.S.D. Pugilistica Cardamone.

Campione Italiano Pesi medi

Diventa campione italiano nel 1992, superando ai punti Silvio Branco, nella prima sfida di una trilogia che coinvolgerà gli appassionati di boxe.

Campione Europeo Pesi Medi

Nel 1993 affronta l’italiano Francesco Dell’Aquila per il titolo europeo, battendolo per KO al 3º round. Dopo quattro difese del titolo, contro (Frederic Seillier, Gino Lelong, Neville Brown e Shaun Cummins), nel marzo del 1995 sfida, senza successo, il campione del mondo WBC Julian Jackson. Nel 1996 riconquista il titolo continentale, battendo per KO al 10º round il russo Alexander Zaitsev. Difende il titolo una volta sola ancora contro Zaitsev. Quindi abbandona il titolo per concedere la rivincita a Silvio Branco, diventato campione del mondo WBU.

Campione Del Mondo WBU Pesi Medi

Nel 1998 Cardamone vince il titolo mondiale WBU battendo Silvio Branco per KO con un violentissimo gancio sinistro al 10º round. Nell’occasione anziché festeggiare, si avvicina a Branco disteso sul tappeto privo di sensi, lo soccorre e quando, finalmente questi riesce ad alzarsi, lo applaude, lo abbraccia e gli promette la rivincita.

“Quando ho visto Branco cadere per il mio colpo ho avuto una grande paura. Se fosse successo un guaio non so come avrei reagito. Non mi sarei potuto dare pace. Branco per me è solo un avversario, e non un nemico. Sono ancora scosso”

“Sapevo che Cardamone era una persona molto umana” commenterà Branco.

Cardamone batterà nuovamente Branco ai punti nell’aprile del 1999. Cederà il titolo all’olandese Raymond Joval nel giugno dello stesso anno, perdendo per KO tecnico alla nona ripresa.

Vittorie

-Titolo Italiano
-Titolo Europeo
-Titolo mondiale WBU

Onorificenze

Collare d’oro al merito sportivo – nastrino per uniforme ordinaria Collare d’oro al merito sportivo

«Campione mondiale cat. di peso medio prof.»

fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Cardamone 

 

intervista: orticalab.it

L’intervista
«La gloria di ieri, la solitudine di oggi»: sul ring della vita con Agostino Cardamone
L’ex campione racconta la sua storia, ripercorre le vittorie che lo condussero sul tetto del mondo e le difficoltà di oggi

All’interno delle colonne di questo giornale, praticamente in maniera quotidiana, si dà ampio spazio ai sogni, alle ambizioni ed ai tanti successi dei giovani irpini sparsi per la Nazione o per il Mondo. C’è un tifo sincero verso le intelligenze ed i talenti della Provincia, la speranza che riescano a realizzare al meglio i loro progetti, magari portando una ventata di novità e freschezza in una terra che dovrebbe puntare proprio sui giovani per rinascere. È giusto augurarsi il meglio per i nostri conterranei, ma basterebbe dare uno sguardo al recente passato per girare loro l’eterno consiglio di Eduardo De Filippo. “Fuitavenne, se volete fare qualcosa di buono…”.

Uno che non è mai scappato, né dalle difficoltà della vita che da quelle del suo ambito di appartenenza è Agostino Cardamone. Solo sedici anni fa, “Il Martello di Montoro” alzava al cielo di Civitavecchia (dopo averlo già fatto quattro mesi prima in quel di Brindisi) la corona mondiale dei pesi medi Wbu. Cardamone è l’unico irpino ad essere salito sul tetto del mondo, ma la sua terra non gli ha mai riconosciuto gli onori che avrebbe meritato, soprattutto dopo aver appeso i guantoni al chiodo. L’ex Campione del Mondo non ha mai dimenticato le proprie origini, ne è testimone il suo ruolino di marcia da pugile: alcuni dei suoi successi più importanti, ovvero gli Europei conquistati prima contro Dall’Aquila, poi, contro il russo Zaitsev, materializzatisi tra Avellino e Serino. L’unico a portare in diretta nazionale l’Irpinia coprendola di gloria, vittorie e notorietà, è praticamente ignorato dalle Istituzioni sportive e non.

Cardamone, partiamo da lontano. Vivere di passione sportiva comporta tanta, forse troppa sofferenza, soprattutto nel Meridione d’Italia. Quali sacrifici faceva per potersi allenare?

«Ho cominciato tardi a boxare, perché mio padre era contrario a questo sport e perché non autosufficiente per vivere solo di allenamenti. Ho iniziato la mia carriera a 20 anni: di giorno facevo il carpentiere, la sera andavo in palestra. Qui è nata la mia forza, ho dato il massimo per arrivare agli obiettivi che mi ero preposto. All’epoca le strutture dove allenarsi erano davvero poche. Una grande mano, in questo senso, me l’ha data Patrizio Oliva. Andai da lui a Napoli, ma visto che il viaggio da Montoro Inferiore era troppo lungo, Patrizio mi consigliò di allenarmi in una palestra ad Avellino, proprio dietro la Dante Alighieri».

Nel 1989 passa professionista e mette in fila quindici vittorie di fila, arrivando a sfidare Silvio Branco per il titolo italiano. Branco a Civitavecchia gioca in casa…

«Branco, a differenza mia, faceva solo l’atleta. Ha iniziato presto ad allenarsi, viveva in un ambiente più favorevole per poter fare il pugile e vivere di boxe. Io ero rigido, ma avevo sviluppato una volontà di ferro, per questo l’ho battuto. Nonostante partisse avvantaggiato sotto molti aspetti: il pubblico era tutto per lui, era circondato da medici, preparatori atletici ed addirittura uno psicologo, senza dimenticare che l’organizzatore era di Civitavecchia. Io arrivai insieme al mio maestro, Giovanni Santoro, ed al Dott. Luciano De Felice. All’epoca pochissima gente credeva in me, da Montoro mi seguirono in pochissimi. Dopo quella vittoria, la maggior parte degli scettici cambiò idea».
Di giorno facevo il carpentiere, la sera andavo in palestra. Qui è nata la mia forza, ho dato il massimo per arrivare agli obiettivi che mi ero proposto

Da qui la difesa del titolo e le prime uscite a “casa”. Quali emozioni le ha dato il primo incontro a Montoro?

«Ero molto emozionato. Affrontai Stefano Pompili, un olimpionico, un pugile davvero forte. Tecnicamente mi era superiore, anche lui aveva fatto la vita dell’atleta, ed era cresciuto in palestra. Io, come sempre, giocai la carta della mia fortissima volontà. Quando uno inizia a boxare in età avanzata, ha sempre qualche gap rispetto agli altri che praticano questo sport fin da piccoli. Tornando a Montoro, ero realmente orgoglioso di nominare il mio paese d’origine nelle interviste che concedevo ai giornalisti. Volevo si sapesse il mio luogo d’origine, ero contento che tutte le volte che venivo nominato si parlasse anche di Montoro Inferiore».

Poi arriva il primo europeo, ad Avellino, contro Francesco Dell’Aquila, un pugile esperto e di lungo corso. Lì capì che poteva puntare al Mondiale?

«Dell’Aquila fece l’errore di sottovalutarmi. Ci eravamo allenati insieme a Genova, si considerava superiore, ma non sapeva che il meglio di me lo davo sul ring. In realtà pensai poco al mondiale, prima difesi svariate volte il titolo europeo dei pesi medi. Poi andai negli Stati Uniti…».

Volevo si sapesse il mio luogo d’origine, ero contento che tutte le volte che venivo nominato si parlasse anche di Montoro Inferiore

La sconfitta al Mondiale Wbc contro Julian Jackson è il rimpianto più grande della sua carriera?

«Senza alcun dubbio. Nella prima ripresa l’ho ferito all’arcata sopraccigliare. Jackson aveva problemi alla retina, il medico salì sul ring e gli disse che gli avrebbe dato l’ultima chance per continuare nella ripresa seguente. Avevo il Mondiale a portata di mano, ma il mio team non mi aiutò. Non fui gestito bene, nessuno capiva l’inglese, quindi nessuno capì che avessi praticamente in pugno Jackson. Poi al secondo round mi mise k.o. Durante la prima ripresa barcollava: non ho voluto infierire, ho fatto un passo indietro pensando che avrei potuto vincere l’incontro anche con qualche round di ritardo. Probabilmente peccai di esperienza, ma qualche colpa la imputo a chi era all’angolo con me. Avrebbero dovuto consigliarmi».

Nell’immaginario collettivo i pugili non dovrebbero essere sensibili. Lei lo è stato con Jackson, ma ancor di più con Branco quando arrivò il Mondiale Wbu.

«Io e Silvio non siamo amici, ma ci siamo allenati insieme più di una volta. Conoscevo lui, la sua famiglia, quella sera all’angolo c’erano anche i suoi figli. Un mio fortissimo gancio sinistro lo mise k.o. alla decima ripresa. La vittoria fu importantissima, ma volevo controllare le sue condizioni. Branco cadde a terra, con gli occhi sbarrati. Mi preoccupai molto, non riuscìì a godermi la più grande vittoria della mia vita. A chi mi chiede di quel Mondiale rispondo che fu ‘una lacrima ed un sorriso’. Quando ho difeso la cintura a Civitavecchia, tutti mi davano, come sempre, sfavorito. I giornalisti dicevano che ero riuscito a vincere il titolo solo grazie al mio gancio sinistro e che non sarei riuscito a ripetermi. In conferenza stampa lo dissi chiaramente: ‘Batterò Branco ai punti’. Ed è andata così: avrei potuto metterlo giù, ma non l’ho fatto decidendo di vincere alla distanza. Silvio non era pronto ad affrontarmi a distanza di soli quattro mesi dalla mia vittoria a Brindisi. Psicologicamente era ancora bloccato, però fece un gran match, riuscendo a restare totalmente in gioco fino alla decima ripresa. Non riuscivo ad inquadrarlo, lui si muoveva tantissimo, mi sfuggiva, faceva un gioco di gambe che mi metteva in difficoltà, ma che alla fine risultò dispendioso. Sono riuscito a ribaltare l’esito del match nelle ultime riprese, tenendo duro e vincendo ai punti. Proprio come avevo promesso».

Non sapeva che quello sarebbe stato l’ultima vittoria, nonché il penultimo incontro, della sua carriera…

«Dopo il match con Branco sono aumentato di peso, ho avuto problemi a rientrare nella categoria. Tre mesi dopo la vittoria avrei dovuto difendere nuovamente il titolo contro l’olandese Joval. Ma ho sofferto molto per arrivare con un peso regolare a quell’incontro: per perdere l’ultimo chilo mi recai nell’essiccatore del Pastificio Vietri a Montoro, per allenarmi al caldo. Questa specie di sauna mi ha debilitato, influendo sull’incontro».

Dopo il ritiro comincia il vero problema. Lei non è riuscito a trovare un lavoro, nonostante le vittorie, nonostante le richieste di aiuto durante tutta la sua carriera. Perché non ha continuato a boxare e perché non è stato aiutato?

«Prima di incontrare Joval volevo salire di categoria. Lo dissi ad Arcari, il mio manager, ma lui rifiutò seccamente. Ho preferito smettere, anziché soffrire. Gestire ogni volta lo shock del peso era disumano. Non potevo neanche bere prima dei match, se lo facevo dovevo usare il cucchiaino, oppure mangiare del ghiaccio. In molte occasioni, prima dei miei incontri, ci sono stati degli appelli da parte di giornalisti ed addetti ai lavori per far sì che avessi un lavoro. L’amministrazione comunale di Montoro avrebbe dovuto darmi un posto dove mi potessi allenare e dove, a carriera finita, avrei potuto insegnare la boxe ai ragazzini, aiutandoli a non entrare in brutti giri. Sono sollevato che con l’amministrazione Bianchino qualcosa si stia muovendo in questo senso. In tante altre province i campioni vengono aiutati, basta dare uno sguardo in Campania. Io ho dato tanto a questa terra e non mi so spiegare questa mancanza di comprensione nei mei confronti. Eppure non ho mai parlato male né giudicato nessuno, ho solo dato il meglio di me per me stesso e per la mia gente».

Che consigli darebbe ad un giovane pugile irpino? E vista la sua amicizia con Carmine Tommasone, cosa si augura per lui?

«Non direi mai ad un giovane irpino di andare via, consiglierei alle amministrazioni locali di offrire loro qualcosa di concreto. Se ciò proprio non dovesse accadere, allora non ci sarebbe nessun’altra via d’uscita se non quella di emigrare. Ho in mente il compianto Giovanni Parisi: era calabrese, ma abbandonò la sua terra andando a Milano per potersi allenare e poter vivere meglio. Un atleta locale non viene mai valorizzato, soprattutto al Sud. Noi ex pugili possiamo fare poco per cambiare il corso degli eventi, soprattutto se la priorità dei comuni è legata solo al calcio ed alle strutture ad esso legate. Ho dato una mano allo staff di Tommasone, spesso ospito Carmine nella mia palestra, gli do qualche consiglio da amico. Bisognerebbe dargli una mano concreta: deve difendere il titolo e deve puntare in alto. C’è bisogno che il Comune di Contrada gli trovi un lavoro più consono alla sua carriera da pugile per avere la possibilità di allenarsi. Come hanno fatto a Torre Annunziata con Bergamasco, dandogli un posto da Vigile Urbano ed una palestra da gestire. Il Presidente del Coni Provinciale, Giuseppe Saviano, ha aiutato molto Carmine durante la preparazione dei suoi match e vuole continuare ad aiutarlo, ma il suo lavoro di imbianchino si sposa male con gli allenamenti. Personalmente mi rivedo molto in lui, lo conosco da quando era bambino. Mi auguro di vederlo presto in lotta per il titolo europeo».

Grazie Agostino.

«Grazie a voi».

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