Boxe: Alessandro Duran

Alessandro Duran

Nazionalità: Italiana
Altezza: 178 cm
Categoria: Pesi welter
Ritirato: 24 novembre 2002

Incontri disputati Totali: 63
Vinti (KO): 51 (16)
Persi (KO): 12 (6)
Pareggiati: 0

Alessandro Duran (Ferrara, 5 febbraio 1965) è un ex pugile italiano di fama internazionale.
È figlio secondogenito di Juan Carlos Duran, pugile argentino naturalizzato italiano più volte campione europeo negli anni sessanta e settanta, e fratello di Massimiliano Duran, già campione mondiale di pugilato.

Nato e cresciuto a Ferrara, fu avviato allo sport pugilistico dal padre fin da tenera età e disputò il primo combattimento a Chicago il 9 luglio 1983 quando aveva appena 18 anni. Poiché a causa dell’età non aveva il nulla osta della Federazione pugilistica italiana, Duran venne squalificato per due anni durante i quali non poté combattere[1].

Ripresa l’attività nel 1985, vinse numerosi combattimenti in ambito nazionale, fino ad arrivare al titolo italiano dei pesi welter (categoria nella quale ha sempre combattuto), che successivamente perse e che riconquistò per ben 5 volte. Nel 1994 ebbe la chance per il titolo mondiale contro il nord-irlandese Loughran ma fu da questi sconfitto ai punti[2]. Pochi mesi dopo fallì anche l’assalto al titolo europeo contro l’inglese Gary Jacobs. Queste sconfitte sembrarono confinare definitivamente la carriera di Duran in un ambito strettamente locale.

Ed invece la raggiunta maturità fisica e pugilistica, grazie anche alla presenza al suo fianco del fratello Massimiliano in veste di allenatore, fece sì che il 26 ottobre 1996 a Sanremo, all’età di 31 anni, Duran battesse per squalifica al 5º round il detentore Gary Murray e conquistasse il titolo mondiale WBU dei pesi welter. Titolo che poi difese vittoriosamente nella rivincita, a Ferrara, contro lo stesso Murray, perdendolo però per KO alla 3ª ripresa contro il sudafricano Peter Malinga in un incontro disputatosi a Palma di Montechiaro.

Ma nella successiva rivincita, disputatasi ancora nella natia Ferrara il 17 novembre 1997, con una chiara vittoria ai punti Duran si impossessò nuovamente della corona mondiale, che dovette poi lasciare nelle mani dell’italiano Michele Piccirillo, che lo sconfisse per KO alla 5ª e successivamente ai punti nel match di rivincita, disputatosi a Bari in ottobre 1998.

Le sconfitte contro Piccirillo sembrarono porre la parola fine alle ambizioni internazionali di Duran, già trentatreenne. Ed invece il 24 aprile 1999 al Palasport di Ferrara Duran affrontò e batté ai punti il detentore Maxim Nesterenko conquistando il titolo europeo dei pesi welter. Perse successivamente il titolo alla prima difesa contro il russo Andrey Pestryaev, per poi riprenderselo nella rivincita e difenderlo vittoriosamente. Perse di nuovo il titolo a Copenaghen contro il danese Thomas Damgaard nel 2000 al termine di un match il cui verdetto fu molto contestato e del quale la Federazione ordinò la ripetizione, peraltro mai avvenuta.

Dopo un anno di inattività Duran ebbe di nuovo una chance per il titolo europeo, ed il 4 maggio 2001 a Bologna, all’età di 36 anni, affrontò e batté per KO alla 7ª l’antico rivale Nesterenko, conquistando per la terza volta il titolo europeo. Lo difese una prima volta vittoriosamente, per poi perderlo definitivamente contro il danese Christian Bladt ai punti con verdetto non unanime in un incontro disputatosi in Danimarca il 18 gennaio 2002.

La sconfitta contro Bladt segnò di fatto la fine della lunghissima carriera di Alessandro Duran, che pochi mesi dopo annunciò il proprio ritiro dalla scena agonistica a causa del mancato ripresentarsi di altre chance per il titolo europeo. Si ritirò pertanto dall’attività dopo un ultimo vittorioso incontro disputato il 24 novembre 2002 contro Francesco Cioffi.

Il record personale di Duran è di 63 incontri disputati, dei quali 51 vinti (16 per KO) e 12 persi (6 per KO). Ha combattuto per ben 33 volte con un titolo in palio.

Ha conquistato 2 volte il titolo mondiale WBU (titolo non riconosciuto in Italia), 3 volte il titolo europeo, 5 volte il titolo italiano, ed è stato uno fra i pugili italiani più popolari degli anni novanta.

Dopo la boxe

Alessandro Duran vive a Ferrara dove insegna pugilato in una propria palestra ed in centri fitness ed è commentatore tecnico di pugilato per alcuni canali televisivi.

fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Duran

intervista: dartortorromeo.com

Una vita sul ring da protagonisti, un fardello difficile da sopportare. Lottare con i ricordi è sempre dura. Carlo (al centro), argentino sbarcato in Italia nel 1960, e i suoi figli Massimiliano (a sinistra) e Alessandro. La famiglia Duran, una presenza costante nel mondo della boxe. Il papà apparteneva all’epoca d’oro del pugilato, i figli a un’epoca più facile e allo stesso tempo difficile. Qualche tempo fa sono andato a trovare Alessandro a Ferrara e mi sono fatto raccontare la boxe al tempo dei Duran. Mi sembra che l’intervista regga il tempo. Così l’ho riproposta.

QUANDO hai sentito per la prima volta la parola boxe?

«Quando sono nato»

E i primi guantoni, quando sono arrivati?

«Avevo un anno, ci sono le foto a testimoniarlo. La boxe in casa Duran è sempre stata una parola magica. Papà era un emigrante argentino, tutto quello che ha avuto nella vita, l’ha ottenuto grazie al pugilato.»

Per questo ti sei sentito costretto a salire sul ring?

«No. Io sono diventato pugile per curiosità. Avevo tre anni e papà mi portava già in palestra. Lui era il mio idolo, il campione da venerare. La boxe era al massimo dello splendore, per gli amici vederlo combattere era diventato un rito. Lo guardavo allenarsi e mi dicevo: da grande farò il pugile anch’io. Ma, probabilmente, dentro di me non ci credevo molto. Massimiliano nella palestra del maestro Strozzi l’ha portato mia madre: “E’ grande, grosso, robusto, gli faccia fare sport”. E’ stato guardando mio fratello che mi sono deciso. Ero curioso di capire perché tutti quelli della mia famiglia amassero la boxe. Avevo 14 anni, ho provato. Ho fatto a cazzotti per altri ventitré anni.»

Papà, ovviamente, era entusiasta della scelta?

«Era contrario. Pesavo 46 chili, non riuscivo neppure a fare il peso mosca. E poi c’era il mio carattere. Per strada, quando scoppiava una lite ero il primo ad attaccare. Papà diceva: “Questo è matto, non ragiona, finirà per farsi ammazzare. Non voglio vedere mio figlio in manicomio”. Poi è entrato in palestra e mi ha visto per la prima volta fare i guanti. Ha capito che si era sbagliato: boxavo arretrando.»

E tu, l’hai visto spesso combattere?

«Cinque o sei volte. Ma sempre in televisione. Diceva che se fossi stato a bordo ring sarebbe stata una sofferenza troppo grande per lui e la mamma. Papà non ce l’avrebbe fatta a boxare con i suoi figli in platea. E così mi mettevo davanti alla tv. Quando sentivo la sigla dell’Eurovisione mi veniva il batticuore, sapevo che dopo qualche minuto sarebbe apparso mio padre. E’ stato un grande campione. Un medio alto 1.85 a quei tempi era una rarità. E poi aveva classe, intelligenza. Tutti lo stimavano. E’ morto da tanti anni, ma la gente ancora mi ferma per strada e mi parla di lui.»

Eravamo rimasti al momento in cui hai deciso di diventare un pugile. Qualche match da dilettante, poi l’esordio al professionismo. Un esordio diverso dagli altri, perché?

«E’ stato il momento più bello della mia vita sportiva. Avevo 18 anni, appena 8 incontri da dilettante alle spalle, e non potevo combattere da pro’. Siamo andati contro tutto e tutti. Io e papà abbiamo preso l’areo per l’America. Abbiamo passato 40 giorni a Chicago a casa dei nonni di mamma. Mi allenavo in una palestra che si trovava nella zona più brutta della città. Cinquanta pugili che si picchiavano sognando il successo. La fame la toccavi con mano, quando vedevi sparring che appena presi i 5 dollari per due riprese scappavano a comprarsi qualcosa da mangiare. C’era l’anima della boxe lì dentro. Ho combattuto contro un tizio che aveva 127 match da dilettante, 119 vittorie. E’ stata dura, ma ce l’ho fatta. E’ stata l’esperienza più importante della mia carriera.»

Hai ricordi meravigliosi di tuo padre sul ring, cosa mi racconti di tuo fratello Massimiliano, l’altro campione della famiglia?

«Quando Momo combatteva, mi sentivo male. Non dormivo la notte prima del match, mi veniva da vomitare. Succede sempre così quando sei all’angolo di una persona a cui vuoi bene. Anche se lo conosci perfettamente, non puoi essere sicuro di quello che gli passa per la testa. E così in preventivo metti anche la possibilità che possa perdere. Cosa che non rientra mai nei tuoi pensieri quando sul ring ci sei tu-»

La sconfitta. Una parola che fa paura, cosa significa per un pugile?

«E’ un dramma. I giorni che seguono una sconfitta sono un tormento. Nella boxe non sai mai quando avrai la prossima occasione. Non c’è un calendario a garantire le tue ambizioni. Per uscire da questa situazione devi fare appello a tutto il tuo orgoglio, alla forza morale. L’intelligenza deve aiutarti a capire dove hai sbagliato o ad ammettere che chi ti ha battuto è stato migliore di te.»

Anche questo te l’ha insegnato tuo padre?

«Da papà ho imparato il significato della parola lealtà, a non avere paura di dire sempre quello che penso. Mi ha lasciato un grande rispetto per questo sport. E’ stato un atleta serio: in attività non l’ho mai visto andare a letto dopo le 22.30, entrare in un bar, saltare un allenamento.»

Una famiglia unita la vostra, una famiglia in cui tu eri un po’ il cocco di tutti.

«Ero il figlio più piccolo. Massimiliano era più grande e più grosso. Ma cocco no, è stato mio fratello quello che papà ha seguito di più».

E’ stata dura essere i “figli del campione Carlos Duran”?

«Sicuramente lo è stato all’inizio delle nostre carriere per i continui paragoni che la gente voleva fare a tutti i costi. Poi però avere vicino un uomo esperto, un grande professionista, è stato di enorme aiuto ed ha superato quello che avevamo pagato in emozione o in complessi nei primi tempi dell’attività. Papà ha sempre avuto fiducia in me, continuava a ripetere: “Se avessi avuto le mani di Alessandro oggi avrei in bacheca la cintura mondiale”. Per Massimiliano la morte di papà è stata una tragedia come figlio ed un dramma come pugile. Lui era meno istintivo di me, più costruito. Papà lo teleguidava dall’angolo. La sua morte ha accorciato la carriera di mio fratello.»

Una volta Massimiliano mi disse che gli capitava di parlare con Carlos anche dopo che lui era morto. Tu hai ugualmente un legame così forte col ricordo di papà?

«Per tanti anni, tutte le mattine, quando tornavo dal footing andavo al cimitero. Finivo la mia ginnastica davanti alla tomba di papà. Nei primi tempi le vecchiette che erano lì a pregare i loro morti mi prendevano per matto, poi sono diventate le mie più grandi tifose.»

Dopo tanto parlare del papà, vogliamo dire qualcosa anche su mamma Augusta?

«E’ eccezionale. E’ stata sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. E’ normale che fosse così»

Carlos ripeteva spesso che Augusta è un “comandante”. Cosa intendeva dire?

«Che in palestra era lui a comandare, ma in casa le cose cambiavano. E’ stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre.»

La paura. Mike Tyson dice che il pugile che non ce l’ha è un pazzo che rischia continuamente la vita. <sei d’accordo?

«Io dico che chi non ce l’ha è un incosciente. La boxe è uno sport per uomini duri, dall’altra parte c’è un tizio che ti vuole picchiare e tu non devi permetterglielo. Chi non ha paura, diciamo meglio: rispetto per quello che fa e per il rivale che affronta, vuole dire che è arrivato al capolinea. Devi avere rispetto per il tuo avversario, così lo avrai anche per te stesso. Non puoi mentire, il bluff non fa parte di questo sport. Il ring è come la vita: alla fine devi rendere conto di quello che hai fatto. Solo che nella vita non sai quando dovrai farlo, nel pugilato dopo 36 minuti c’è un giudizio a cui non puoi sfuggire.»

E quale sono le altri doti che un pugile è obbligato ad avere?

«Il coraggio. Ci sono bulletti che vengono in palestra e sul ring scappano come autentici fifoni. Ma attenzione: il coraggio deve sempre essere accompagnato dalla ragione. Altrimenti diventa stupidità..»

Presentando un tuo incontro con Piccirillo qualcuno aveva decisamente esagerato, arrivando a paragonare il vostro match con quelli tra Benvenuti e Mazzinghi.

«Era un paragone che non reggeva. Erano altri momenti, un’altra epoca. La boxe coinvolgeva e appassionava tutta l’Italia. Assieme a calcio e ciclismo era lo sport più popolare. Logico dunque che le dimensioni dei due personaggi fossero diverse. E poi quando combatteva papà era molto più difficile arrivare al mondiale: c’erano solo otto categorie e le sigle non erano così tante come oggi. Ma allora si guadagnavano anche molti più soldi. Papà, anche senza conquistare il titolo, ha incassato in carriera dieci volte più di noi. E’ un paragone che lascerei perdere.»

I Duran. Dicono che siate gente con cui è difficile avere a che fare.

«Dicono che abbiamo un carattere difficile. La verità è che diciamo sempre quello che pensiamo ed a volte questo crea dei problemi. Ma sono felice di non essere ancora sceso a compromessi. E poi: la smettano di dire che siamo due “figli di papà”. Abbiamo lottato duramente per ottenere quello che siamo riusciti a conquistare. Massimiliano ha vinto il mondiale contro un avversario del valore di De Leon. Io ho vinto il titolo a 31 anni. Ci provino gli altri.»

Abbiamo passato in rassegna l’intera famiglia, ci siamo dimenticati di parlare di Anna Caterina, tua moglie.

«Mi sono fidanzato a 21 anni, avevo già fatto dieci match da professionista. Quando sono tornato a casa con la lettera della Federazione che mi comunicava la nomina a sfidante del titolo italiano, ho visto Anna Caterina piangere. E’ stata l’unica volta. Mi ha aiutato nei momenti più bui.»

E di te come pugile cosa pensava?

«Anche lei credeva, come faceva la mamma col papà, che io fossi invincibile.»

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